19 Gennaio 2010

Quando moriò dirò una frase che avrà senso solo per me che agli altri sembrerà campata in aria, oppure starò zitto pensandola.

 
20 Aprile 2009

Per tutte le ragazze, una grande dedica da un grande estimatore.

 

Dicono che vi truccate.. dio vi ha dato una faccia, voi ve ne fate un'altra, danzate, caracollate, sussurrate, date nomignoli alle creature di dio, fate passare per ignoranza la vostra malizia!

 - Amleto - 

 
08 Marzo 2009

La gente non è mai abbastanza strana

...mai così strana...per lo meno.

 
29 Ottobre 2008

Non mi va di scrivere cose mie. Adesso.

La Musica è... un che di semiarticolato, di problematico, di irresponsabile, di indifferente. La musica sveglia il tempo, la musica sveglia noi al più raffinato godimento del tempo, e in quanto sveglia è morale. Morale è l'arte in quanto sveglia. Ma se inveve fa il contrario? Se stordisce, se addormentase reagisce all'attività e al progresso? Il narcotico è roba del demonio, perchè produce stordimento, immobilità inerzia, servile ristagno...La musica, signori, mi lascia perplesso. Sono convinto che è di natura ambigua. Non vado troppo oltre se la dichiaro politicamente sospetta.

Thomas Mann

Tags: mann
 
20 Ottobre 2008

titolo nuovo diario

 

Il prologo è il silenzio. L’attesa sta nello scalpiccio, nei colpi di tosse sommessi, nei sussurri incomprensibili.
L’inizio è uno sgabello gonfio in pelle nera, il suo tre piede in acciaio lucido e la luce soffusa sopra al pavimento in legno ben levigato. La rottura nasce nel fremito dell’attesa che si infrange con dei passi ben misurati e secchi. Lo sgabello si sposta, il cuscino si sgonfia e i pedali fanno il loro lavoro in silenzio. L’ansia sta nel dover iniziare qualcosa di provato e riprovato, tanto dal dover infondere la sicurezza che si è cercata in mesi e mesi. La sensazione di tasti lisci e freddi su polpastrelli asciutti, il vestito che aderisce perfettamente ad ogni forma del corpo: la sensazione di compressione misurata e rassicurante. La vampa nasce con la prima pressione di un diesis che suona limpido nella scena in legno scuro debolmente illuminato dei balconcini. Oramai il gioco è iniziato e quel passo è definitivo, il tempo dei ripensamenti oramai superato, non si può più scegliere se fare dei tonfi sordi per un piccolo fallimento o per un enorme cozzare di un tutto che sa di sconfitta piena. La scelta è stata preannunciata dai manifesti bagnati dalla pioggia autunnale sui classici lastroni di legno dozzinale sparsi in giro per la città. Quella nota è la conferma di quanto detto e l’inizio della critica. Tutto questo passa per la testa in una frazione di secondo, neanche il tempo di alzare il dito che le altre note devono seguire il loro corso nel giusto ordine, tempo e intensità. Il sudore freddo comincia a scorrere dopo alcune battute e il pensiero incanalato e inconsapevole da la colpa ai faretti. La solitudine si sente, gli occhi non sono da meno. La mostruosa sensazione del controllo paralizza la creatività con i suoi modi da gerarca nazista fino al momento dell’accelerazione e della violenza imposta. La scala continua il suo corso con veemenza, gli occhi calano di numero e il sudore comincia a scaldarsi man mano che arriva al naso. La luce si affievolisce a ritmo lento mentre il suono cresce in volume e pomposità. Il tempo cambia, il lento ticchettio che scandisce il pensiero dell’ingrigito pianista diventa protagonista e il frusciare delle parole diventa rispetto silenzioso. Le dita si muovono frenetiche in una mano mentre nell’altra giocano a tenere la loro lentezza entro i canoni prescritti e i tasti cominciano a perdere il loro gelo. Gli occhi sono sempre meno, la solitudine un’alleata importante e la critica si è persa come un vecchio compagno sparito in guerra. Un tempo dispari cambia il corso dei suoi precursori spiazzando quegli occhi che dimostrano attenzione al nuovo che li disorienta, lui al contrario si sente avvolto dal tepore della differenza che avanza e si perde nell’aria come a risultare inutile nella sua eterna effimerità. Il cartellone diceva la sua, l’attacco ne dava conferma, gli occhi bianchi e acquosi ci sono cascati mantenendo un distacco da primi della classe, onniscienti conoscitori di ciò che è giusto e corretto. Le sue orecchie sentono sempre meno quel suono che diventa sempre più labile nonostante la forza che gli esce dalle dita e dalla punta dei piedi, un lento decorso contro se stesso lo spinge ad aumentare e aumentare fino a perdere completamente la cognizione del posto, gli occhi si azzerano, le lancette cominciano a vacillare avanti e indietro alla ricerca di una posizione corretta che oramai è persa. La vampa è nel suo pieno delirio e niente corrisponde al volere, ma una sorta di inconsapevole e maestoso fluido lo pervade con calore. La soluzione non esiste, esiste solo metodo e flusso incontrollabile. Due occhi guardano a distanza l’orologio e capiscono che qualcosa sta andando completamente fuori programma, spaesati si guardano attorno in cerca di conferma. Il tempo scorre e oramai il finale è passato da troppo tempo per risultare veramente una chiusura, qualche sorriso, qualche sospiro nel vuoto. Lui non sa neanche più cosa sta suonando e l’unica cosa che riesce a percepire nel vuoto più assoluto è quel lento scandire del metronomo. Qualche occhio si chiude, qualcun altro si dirige sbigottito verso l’uscita, altri si guardano negli specchi e sniffano odori sintetici di cosmetici ad alto costo. Una cascata si infrange alla sua destra, un crash gli suona nitido dentro la testa. Si ferma ma non per riprendere fiato, non per dare spazio ad una nuova nota che rispetterà dei cartelli o delle aspettative, ma solo per far suonare quel silenzio dentro quegli occhi per come lo sente lui. Passano dei minuti di vociare nel silenzio. Poi tutto riprende per tutti, ma non per lui che sa che sta suonando e nonostante quello non riesce a sentirsi ma solo a concepire cosa sta esternando. Il sudore condensato arriva alla punta del naso e cade a terra. Si ferma di nuovo. Sta volta per ore. Per poi riuscire a sentire di nuovo quella prima nota e le sue parenti che non esistono nei suoi ottantotto denti. Si appoggia al legno levigato, chiude gli occhi, tiene la prima nota in diesis sull’anulare sinistro e resta li fino a che due occhi tremanti in una tuta blu e una scopa tra le mani lo svegliano e tutto torna come prima. Senza memoria, grigio e bagnato come la pioggia che bagna i cartelli.

http://10spiritisullapuntadiunago.blogspot.com/

 

 
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