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31 Gennaio 2007

RADIO VINTAGE

“Hot Rats” è un capolavoro edito nel 1969 per la Bizarre, un sunto di sei tracce che racchiude l’estro proprio del genio di Zappa, scaturito dopo la pubblicazione dei primi (e visionari) sette dischi dell’artista italo-americano. Scegliere un disco di Frank Zappa (nella sua sconfinata produzione), significa piangere gli altri dischi messi da parte per recensirne solamente uno. Tra tutti “Hot Rats” è il più significativo per quanto riguarda la poliedricità sia nella composizione che nell’esecuzione. Il lavoro si snoda fluido in meandri musicali che assumono, con lo scorrere del minutaggio, aspetti sempre nuovi, rivoluzionando l’allora retrograda concezione della musica. La struttura dell’opera è sempre stata ben chiara per il suo autore: sei tracce completamente strumentali ad eccezione di un brano dove compare la linea vocale di Capitan Beefheart.
Gli strumenti del disco sembrano stare in continua competizione per accaparrarsi maggiore “visibilità”, rendendo così ogni singolo assolo, accompagnamento o improvvisazione una perla unica e memorabile. La batteria è affetta da un nervosismo costante per tenere il tempo agli altri strumenti, compreso l’intricato intreccio del basso, specie in “The Gumbo Variation”, dove accorpa i suoni in un’anarchia melodica senza paragoni. La lead guitar ovviamente prende l’inconfondibile ritmo, il sound, l’ironia e soprattutto il gusto di un Frank Zappa in forma (come sempre), smagliante e strabiliante. Per l’occasione il compositore americano suona anche l’octave bass e le percussioni, accompagnato da Ian Underwood che sembra avere svariati gemelli dello stesso calibro artistico, visto che suona tutte le linee di sax, clarinetto, pianoforte e organo presenti nel disco. Gli altri strumentisti della formazione “Hot Rats” si alternano, aggiungendo sonorità come il violino (di Sugar Cane Harris e Jean-Luc Ponty) e l’armonica di Beefheart. Il disco parte con “Peaches en Regalia”, pacifica traccia dalle sonorità rilassate che ha tutto il sapore di un intro melodico e classico, per quanto si possa parlare di classicità all’interno di una produzione zappiana. L’organo di Underwood fa da tappeto musicale dove si intromettono le incursioni dissacranti del sax, clarino e pianoforte. “Willie the pimp”, il secondo solco di “Hot Rats”, prende un nome che risulta significativo per capire la sardonicità, l’iconoclastia delle figure musicali classiche e canoniche dettate negli anni passati dai Beatles e da tutto il resto della compagine mainstream. L’unica traccia cantata dell’album prende la voce di Don Van Vliet (meglio conosciuto come Captain Beefheart) e assume un tono goliardico con una voce gutturale e graffiante su una base musicale compatta e dirompente. La traccia che segue è un lavoro studiato alla perfezione sulla corposità della chitarra e del sax che (quando non è la voce principale del coro), subentra nei controcanti. Gli strumenti seguono vie diverse per pilotare tempo e melodia, generando un apparente contrasto di argomentazioni (tutte completamente compatibili ma abbastanza contorte), che vanno a coadiuvare l’anima stessa del disco. “Little Umbrellas” è un cardiotonico in controtempo sincopato che vede costante e pulito il suono dell’organo come filo conduttore del brano più breve dell’opera. Il vero pezzo forte del maestoso “guazzabuglio” musicale concepito da Zappa risiede in “The Gumbo Variation”: la traccia più intricata dell’intero lavoro dove ogni strumento trova lo spazio necessario dove sentirsi libero. In assenza di limitazioni, struttura fissa e melodia ferrea, l’arrangiamento denota la più totale anarchia strumentale (sul tappeto creato da basso e batteria come base ritmica), che evolve in molteplici figurazioni durante i sedici minuti del brano. Sax e chitarra sono i principali solisti e improvvisatori del disco, divincolati da generi musicali ed etichette (se non del jazz-fusion più schietto). L’escalation di volumi, toni, ritmi e l’incalzare perenne delle percussioni e della batteria di Paul Humphrey non danno mai pace all’ascoltatore che ne viene travolto, ma mai annoiato. La conclusione del disco viene affidata a “It must be a camel” che sembra mettere pace alle diatribe interne degli strumenti; ritmiche di nuovo rilassate e semplici (salvo incursioni sporadiche del piano), vedono protagonista una batteria “elettrica” che sembra emettere scintille a dimostrare la piena vitalità dopo il tour-de-force. Esausti, gli altri strumenti vanno smorzando i toni tenuti sempre a livelli altissimi negli ultimi quattro rimanenti minuti, concludendo in morbidezza e lasciando la voglia di premere di nuovo “play”.
Tags: zappa hotrats

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