Tag king

19 Febbraio 2007

RED - King Crimson

Red dei King Crimson edito nel lontano 1974 dimostra che nonostante i continui rimaneggiamenti della formazione del gruppo inglese, la qualità è sempre stata la prima preoccupazione di Fripp e soci. Un album importante, creato da un gruppo che fa scuotere le fondamenta della musica ogni due dischi che pubblica, che vede quasi tangibile l’ascolto dei “colori”. L’opera vede tra gli strumenti il violino di David Cross (musicista di origini classiche); Ian Mcdonald già sassofono alto nel mark I dei Crimson; Mel Collins al sassofono soprano; infine si aggiunge alla formazione la cornetta di Mark Charigsi. Wetton al basso e alla voce, Fripp alla chitarra e Bruford dietro la batteria compongono il “core” del disco dalle sonorità dure e tetre, salvo “Fallen Angel” che suona come una ballata dal sapore psichedelico. Red si divide in cinque tracce con una durata minima di sei minuti, fino ai dodici di “Starless And Bible Black” che chiude il lavoro. L’opera si apre con una traccia strumentale omonima al disco che sembra sviscerare tutte le sfumature del rosso, dal cupo al brillante, dal magenta al cremisi in una composizione intricata e trasversale che dà un impronta heavy al disco. Considerato come uno dei dischi più duri della storia (nominato tale dalla rivista “Q Magazine”), continua il suo percorso musicale con la terza traccia “One More Red Nightmare” che vede Wetton calarsi in un cantato sentito e schietto, incalzato dalla chitarra irriverente di Robert Fripp. Il ritornello strumentale (violento e secco), è introdotto dai piatti percossi da Bruford dopo le ultime parole della linea vocale che suona piena, potente e altisonante come a dirigere le ritmiche del brano per poi lasciare le redini durante l’inciso. Le sonorità cambiano radicalmente per creare un’atmosfera ambient/noise che risulta densa di dissonanze e privo di struttura o melodia nella sua atonalità. A tre quarti del brano entra una batteria atipica e una chitarra che suona “rancida” che lascia correre le note distorte. Il basso crea un tappeto compatto che va in crescendo con gli altri strumenti e crea un muro di suono da far tremare i coni degli amplificatori. L’atmosfera è inquietante: sembra non dare spiragli, nessuna via di uscita dal tetro labirinto che viene creato da Fripp e Wetton, quest’ultimo una volta liberato dal “fardello”del canto da il suo meglio aggiungendo armonici naturali nei momenti meno tesi del brano. Appena termina “Providence” è il momento della traccia principe del lavoro: “Starless and bible Black”. Un minuto e mezzo di introduzione musicale porta ad una linea vocale calda che racconta di “ghigni crudeli”, interpretati come Jorge da Burgos nel nome della rosa, che indicano quindi solo “vuoto” inutile; occhi che guardano un sole brillante tramontare per lasciare spazio ad una notte di “buio pesto” (questa la traduzione letterale del titolo), quasi a simboleggiare la cecità o la morte stessa, mentre il cielo da blu va lentamente sfumando al grigio. Si superano di poco i quattro minuti e la chitarra entra un un riff ripetitivo (anche se con molteplici varianti) e in qualche modo “preoccupato”, semplice e pulito il brano prosegue la storia narrata pochi istanti prima, ma senza alcuna parola. Il crescendo è nell’aria e quando gli strumenti aumentano il ritmo, si arriva fino ad una sei corde struggente accompagnata da tempi di batteria dispari, le percussioni entrano e i suoni scendono verso un delirio anarchico. Il disco si conclude con i sax più morbidi e rilassati che descrivono come una liberazione, forse l’alba che arriva a portare la luce. Tutta l’opera ha un suo perché, un filo logico che collega il tutto, testi brevi ma efficaci, incroci di strumenti studiati alla perfezione e un autarchia che in alcuni tratti rasenta la completa improvvisazione. Il disco però racconta anche altro a trentasette anni dalla sua uscita, infatti Red è un lavoro che preannuncia la profonda crisi esistenziale di Fripp, sull'orlo di un esaurimento nervoso, che deciderà di smettere con i “Re Cremisi” sciogliendoli. Fortunatamente dopo sette anni li rimette in piedi e tornerà trasformato: vestito elegante, sbarbato e con un supporto di collaboratori d’eccezione, tra i quali figura anche Peter Gabriel, carismatico guru dei primi Genesis. Il gruppo rimane ancora oggi in attività e continua i suoi concerti con una formazione sempre nuova, arrivando quindi al sesto mark. Il line-up delle esibizioni dal vivo nel 2007 è formato da quattro elementi: Robert Fripp, Adrian Belew, Tony Levin, Pat Mastelotto.

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